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Vito Faraci Urso, per la sua giovane età, non ha patito i traumi del terremoto del 15 gennaio 1968 che sconvolse la vita ancestrale di sette poveri e popolosi paesini della valle del Belìce (Poggioreale, Salaparuta, Santa Margherita di Belìce, Montevago, Santa Ninfa, Gibellina, Salemi, Sambuca di Sicilia), né quella dei suoi compaesani che per trent’anni hanno condiviso le loro vite all’interno di baracche di lamiera, d’inverno gelide, d’estate veri e propri forni crematori.

Ci vollero parecchi giorni prima che tutta questa gente trovasse ricovero, almeno sotto le tende e sul fango e parecchi anni prima che si provvedesse ad una loro sistemazione in baracche.

Queste ultime, lungi dal rappresentare soluzioni di emergenza e dunque temporanee, si avviarono ben presto a diventare per lunghi e dolorosi anni l’unica realtà abitativa per la popolazione che ne subì via via un senso di disagio psicologico, morale e fisico.

Né la ricostruzione (non ancora ultimata a distanza di 49 anni!) ha badato a riaffermare i valori che invece avrebbero dovuto costituire la trama dell’intera operazione: il recupero dell’identità, delle radici, della tradizione contadina, della memoria.

La ricostruzione del Belìce è stata invece casuale ed episodica, senza una chiara visione del recupero delle fonti culturali dei propri abitanti e peggio ancora, senza legami con gli antichi mestieri, di cui quella terra era portatrice.

La valle del Belìce, formata da colline e dolci declivi verdi, popolata da un’architettura urbana semplice ed agreste, strettamente legata alla dimensione agricola e rurale, è stata violentata una prima volta dalla catastrofe naturale, poi dalla mano dell’uomo, in modo forse grave quanto la prima, certamente più criminale.

Questa terra sfortunata avrebbe avuto bisogno di essere curata e risanata nelle sue ferite con interventi modesti, sobri e al tempo stesso risolutivi, mentre in molti casi è stata brutalizzata da costruzioni faraoniche e da megastrutture. Lo spazio reso vuoto dalla calamità, che ha cancellato in un battito d’ali presenze e testimonianze, è diventato terreno di gioco per una cultura architettonica ed urbanistica che ha finito per progettare episodicamente ed esclusivamente se stessa, producendo sovente il delirio.

Architetti troppo distanti e troppo poco attenti hanno dato, nella ricostruzione della valle belicina, libero sfogo alle loro ambizioni mirando soprattutto a lasciare il segno esterno del loro passaggio, ignorando storia e cultura locali, bisogni reali e legittime aspirazioni.

Nessun tentativo (se non a Gibellina per mano del compianto Ludovico Corrao), è stato fatto per collegarsi alle tradizioni di quella terra antica, nessun atto di comprensione per capire ciò di cui le popolazioni avevano bisogno e cioè di essere guidate e assecondate evolutivamente nella definizioni di spazi e insediamenti. Sono nati cosi paesi squallidi, simili alle new towns inglesi, città già periferia prima di nascere.

Ma un misfatto ancor più grave è stato perpetrato ai danni delle nuove generazioni che, nate in questi insediamenti anonimi, in case estranee alla cultura dei padri, questa cultura disconoscono diventando eterni emigrati nella propria terra.

In questo coacervo di architetture contro natura, di infrastrutture lasciate abbandonate ad un destino sin troppo evidente, in una parte di Sicilia –però- dove per fortuna il cielo è il più grande del mondo, Vito Faraci Urso non ha bisogno di istruzioni per l’uso a vedere con i suoi occhi di giovane fotografo le cose che non avrebbe mai voluto incontrare. Sembra, in quest’Isola senza destino, il personaggio famoso di Miguel Cervantes, che ogni giorno, lancia in resta, ha una nuova battaglia da perdere trasformando il quotidiano in epica e crogiolandosi nell’impossibile, cavalcando il confine tra visionarietà e illusione. E’ la voce del cuore e dell’immaginazione però che prevalgono, quelle che creano tumulto e scariche di adrenalina, quelle che guidano la mente di chi non si annoia a trovare il significato delle cose, ad osservare gli esiti di braccia e intelligenza sul corpo di una terra millenaria preda del disordine e dell’onore, dei progetti inutili ma dai grandi utili.

Terra assurda ma bellissima, lussureggiante di aromi e richiami tremendi, dove il profumo di zagare di aranci si mescola al gelsomino e indescrivibile si confonde lungo orizzonti metafisici.

Un disordine scellerato si è impadronito del paesaggio urbano in cui Vito si muove senza tempo.

Il prezzo più alto di questa evoluzione è l’inesorabile cancellazione del territorio, sepolto dalle “protesi tecnologiche”, ignorato nelle sue bellezze peculiari, appiattito nella sua profondità spaziale: dalle viscere della terra al cielo! L’effetto più eclatante è il degrado ambientale, che non è solo rottura dell’equilibrio biologico, bensì anche malessere estetico e sociale: il brutto dialoga col bello peggiorando le condizioni di vita dei cittadini che, contro il loro volere, sono divenuti abitanti di “non luoghi” (le città surreali, quelle di cemento armato, le piazze e le strade non finite, i giardini finti…) e ai quali è stata sottratta la terra sotto i piedi. Architetture illegali da sanare per legge convivono con un labirinto di esperienze antiche nascoste fra pietre mute crollate dall’incuria, laddove saraceni e altri popoli incursori non ebbero ragione. Tutto insieme ammassato impudicamente, in una sorta di appiattimento temporale dove passato e presente finiscono ineluttabilmente col mescolarsi: pietre dell’età del bronzo e tonnellate di cemento armato, frontoni di templi dorici e bidoni dell’immondizia, baracche per terremotati e chiese barocche luccicanti, mosaici d’oro e il Cretto di Burri, solitarie sculture e tondini di ferro arrugginiti.

In ogni caso, come sporadicamente qualche volta accade nell’Isola del Gattopardo, Vito Faraci Urso con questi primi scatti, lascia in sospeso il respiro e il pensiero, in questo nuovo affresco siciliano di opere d’arte sontuose abbandonate e paesaggi struggenti che scavalcano il tempo, in una solitudine irrimediabile e senza remissione.

 

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